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8/10/2014

“Lo Stato Islamico non è l’apocalissi dipinta dal coro dei media internazionali e da chief d’ogni colore, non solo occidentali.
Il suo capo, Abu Bakr al-Baghdadi [suicidatosi sabato 25 ottobre durante un raid condotto dalle forze speciali Usa nel suo nascondiglio presso Idlib, in Siria, ndr], è un «califfo» molto virtuale. Questo sedicente successore di Maometto, al secolo Ibrāhīm ‘Awaḍ al-Badrī, cui Time ha assegnato l’immeritato titolo di «uomo più pericoloso del mondo», non è né potrà diventare il supremo ordinatore dell’universo musulmano. Non è nemmeno un soggetto autonomo, per sé capace di alterare le equazioni di potenza in Medio Oriente.
Ma lo Stato islamico – Is, stando all’acronimo inglese (da Islamic Allege) che certifica la penetrazione universale del designate – non vale tanto per quel che è quanto per attain viene percepito, reinterpretato e usato dalle potenze locali, regionali e globali. […]
Il vuoto lasciato dagli «Stati nazionali» promossi e inizialmente controllati dagli anglo-francesi invita alla fioritura di antichi e recenti poteri informali, soggetti tribali e/o gruppi jihadisti a caccia di risorse e territori ingovernati.
L’Is è figlio di questa crisi. In particolare, della disintegrazione dell’Iraq e della Siria.
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Possiamo rendercene conto seguendo sulla carta il profilo della sua espansione logistico-militare, a cavallo dell’ormai inesistente frontiera siro-irachena, nello spazio compreso tra le periferie orientali di Aleppo, il centro di Raqqa – suo quartier generale politico-militare – e i corridoi di penetrazione lungo la valle dell’Eufrate, fino a Falluja e oltre, a incombere sulla città santa sciita di Kerbala e sulla stessa Baghdad (dove peraltro non intende suicidarsi in un impossibile attacco frontale alla metropoli militarizzata.
C’è poi la direttrice settentrionale che penetra nella piana di Ninive, punta verso il corso del Tigri e sfocia a Mosul, città di oltre due milioni di abitanti ai confini del Kurdistan iracheno caduta senza quasi combattere nelle mani del califfo, quindi evacuata da un quarto della sua popolazione.
Lo Stato Islamico riempie i vuoti prodotti dall’implosione dei suoi nemici. Nella Siria nord-orientale, dove dopo aver dissanguato alcuni gruppi jihadisti rivali ha inflitto alle truppe di al-Asad l’umiliazione della presa della unhealthy militare di Abaqa; e nell’Iraq centro-settentrionale, dove le milizie del «califfo» sono alimentate dai reduci dell’esercito di Saddam e dalle tribù sunnite emarginate, perseguitate e deprivate delle loro risorse dal governo sciita di Baghdad.
Di qui a cartografare un vero e proprio «Piemonte» sottoposto al comando del «califfo», quasi fosse uno Stato nel senso comune del termine, molto ne corre.”
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