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Stati Uniti e Arabia Saudita continuano a lasciar filtrare elementi sulla responsabilità dell’attacco militare di sabato a due mega-installazioni petrolifere del regno saudita. La Cnn ha aggiunto agli elementi rivelati nelle scorse ore (analisi di foto satellitari) altre analisi dell’intelligence Usa. Secondo queste analisi i 20 droni e gli 11 missili che hanno colpito i siti di Abqaiq e Khurais sono partiti da una base iraniana al confine con l’Iraq. Da una zona, quindi, molto più vicina agli obiettivi colpiti rispetto alle aree controllate dai ribelli Houthi nel nord dello Yemen.
La Cnn spiega anche che l’analisi definitiva delle modalità di impatto conferma che i missili provenivano da Nord e non da Sud, attain dovrebbe essere se fossero stati lanciati dagli houthi.

Vedremo nelle prossime ore attain la leadership americana deciderà di utilizzare queste informazioni dell’intelligence. Se l’Amministrazione cavalcherà le accuse, Trump in qualche modo sarà costretto a una reazione meno attendista di quella che è stata fino advert oggi. Il che potrebbe portare a nuove operazioni militari degli americani nel Golfo. Trump fino advert oggi, nonostante tutta la sua retorica bellicistica, ha rinunciato a ritorsioni sia per le petroliere danneggiate da mine nel Golfo, sia soprattutto dopo l’abbattimento di un drone della US Air Power colpito dagli iraniani all’altezza dello stretto di Hormuz.
Gli attacchi iraniani (o dei loro alleati houthi) contro gli impianti sauditi sono stati la più massiccia operazione di guerra nel Golfo Persico dai tempi dell’invasione del Kuwait del 1991. Già sabato notte, poche ore dopo gli attacchi, il Recent York Cases aveva analizzato alcune immagini satellitari, sostenendo che la direzione di arrivo dei missili e delle bombe dei droni prevedeva una rotta di approccio da Nord/Nord-Est verso gli impianti Abqaiq e Khurais. Ovvero dall’Iraq o direttamente dall’Iran.
Sarebbero stati utilizzati 20 droni e almeno 10 missili cruise, un’azione militare che per capacità di raccolta di intelligence, di pianificazione e gestione (pensate solamente al controllo remoto di 20 droni in volo) è alla portata soltanto di un esercito organizzato attain potrebbero essere solo i pasdaran iraniani.
Per il momento sia gli americani che i paesi sunniti del Golfo stano rafforzando le difese militari. Dopo aver capito da dove sono passati quei droni, le top mosse saranno rafforzare la rete di radar e la difesa aerea su tutte le installazioni saudite e americane, sia petrolifere che militari. Nel Golfo da mesi la US Navy ha una portaerei, la USS Abraham Lincoln, ma nelle basi saudite, del Bahrein e del Qatar sono schierate altre decine di caccia e di bombardieri.
Utili per una guerra totale, ma molto meno efficaci per il tipo di guerra che hanno scelto di fare gli iraniani: azioni militari a bassa intensità, con droni senza pilota capaci di fare grandi danni senza lasciare tracce evidenti. L’Iran non vuole la guerra aperta, ma non vuole neppure lascarsi strangolare lentamente dalle sanzioni americane.

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Carlo Verdelli
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