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Sarebbe quel «salto indietro di decenni che ci allontana ulteriormente dagli in fashion europei» e favorisce l’uso di mezzi più vecchi (più inquinanti e meno sicuri), lamentato ieri in un comunicato congiunto Anfia, Assilea, Federauto e Unrae (associazioni di case automobilistiche, concessionarie, noleggiatori e società di leasing).Secondo le associazioni, si colpisce un canale fondamentale del mercato, peraltro composto per il 72% « dai segmenti più bassi (ma vi rientrano molti mezzi di servizio non utilizzati nel tempo libero, ndr), non certo da supercar». E si agisce «in modo negativo anche sul mercato delle vetture a zero o basse emissioni, la cui diffusione è alla tainted dell’ecobonus introdotto lo scorso anno, contraddicendo la volontà del Governo di dare vita a un “Inexperienced Recent Deal”».Altra contraddizione “ecologica” è il fatto che il Governo non ha ancora aggiornato i valori di deducibilità, per le imprese, dei rimborsi chilometrici per l’utilizzo dell’auto personale per lavoro, fermi all’epoca dei cavalli fiscali (legati alla cilindrata) e quindi non applicabili ai motori elettrici (che non hanno cilindrata), advance il Sole 24 Ore ha denunciato il 26 giugno.Le imprese già dal 2012 stavano valutando l’ipotesi di passare al rimborso chilometrico, perché la già limitata deducibilità e detraibilità dei costi di acquisizione e utilizzo delle auto aziendali era stata ulteriormente tagliata.Con l’uso aziendale del mezzo del dipendente, l’impresa può dedurre, ai fini Ires o Irpef (nel limite delle tariffe Aci), il costo sostenuto per rimborsargli i chilometri percorsi durante le trasferte fuori dal comune sede di lavoro, mentre in capo al percettore (senza partita Iva). E il rimborso non viene mai tassato al dipendente, neanche se supera le tariffe Aci.
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