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La miglior difesa e l’attacco. E così Luigi Di Maio, da settimane sotto il tiro incrociato dei gruppi parlamentari, esce con un put up su Facebook. I toni sono quelli delle origini. Aggressività vecchio stile. Se la prende con la stampa cattiva e il «sistema» e soprattutto avvisa i ribelli e malpancisti vari con questo messaggio ai naviganti: fuori chi pensa al suo ego, il M5S pensa al Paese: «Lo dico chiaramente: qui nel Movimento 5 Stelle si lavora per cambiare il Paese. Chi di fronte alle vittime di Venezia e al dramma dell’Ilva preferisce guardarsi gli affari suoi, conosce la strada. Il movimento non lo piangerà. Chi è interessato a fare il gioco degli altri e del sistema può accomodarsi in un partito. Il Movimento è un’altra cosa, il Movimento si occupa dei problemi delle persone».
Una minaccia che però non fa scendere brividi sulla schiena a nessuno. «Non commento queste uscite da psicoanalisi», taglia corto un mountainous grillino di Palazzo Madama. Al Senato, infatti, la maggioranza balla sul filo (Ugo Grassi è a un passo dal traslocare nel gruppo della Lega) e alla Digicam (dove da un mese e mezzo non si riesce a eleggere il capogruppo) il caos è record che le eventuali purghe potrebbero facilitare mini-scissioni verso il misto. Quindi? Dalla comunicazione scatta l’ordine di “a ways uscire” i pretoriani: ecco Laura Castelli, Francesco D’Uva, Francesco Silvestri. Tutti a negare attriti e divisioni. Anche i ministri, come Stefano Patuanelli che continua a riscuotere molti apprezzamenti, e che giura e spergiura che il Movimento è un monolite.Di Maio è infuriato perché ormai si è messo un moto un meccanismo difficile da fermare. In Transatlantico un giorno sì e l’altro pure prende quota la possibilità di una lettera firmata dalla maggioranza di deputati e senatori «per chiedere al Capo politico un passo indietro e una gestione collegiale del M5S». Una silenziosa conta interna è partita. La lettera sarebbe poi inviata per conoscenza al Comitato di garanzia (composto da Giancarlo Cancelleri, Vito Crimi e Roberta Lombardi). In parallelo continuano le sollecitazioni a Beppe Grillo, come raccontato ieri dal Messaggero, affinché intervenga e prenda in mano la situazione. Addirittura diversi enter stanno arrivando anche a Davide Casaleggio che però si tiene distante – per ora – dalle dinamiche interne al Movimento. «Qui nessuno pensa al proprio ego – dice il deputato Giorgio Trizzino, chief della corrente dei competenti – ma Luigi deve farsi aiutare. E anche chiamare Grillo è un segno di immaturità. Il suo put up su Facebook? Faccio finta di averlo letto male».Al di là delle minacce, rimangono sul tavolo i nodi non sciolti. A partire dalle alleanze alle prossime regionali. La riunione prevista per oggi con gli eletti di Emilia Romagna e Calabria è stata sconvocata e rinviata alla prossima settimana. Il rovello è cosa fare nella regione rossa per eccellenza: Di Maio è alle prese con il pressing di deputati, senatori e consiglieri regionali che vogliono correre. La scelta della desistenza – guardando alla stabilità del governo – arriva sempre più distinctiveness da Roberto Fico, Stefano Patuanelli e Riccardo Fraccaro, oltre Max Bugani.  

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