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NEW YORK. L’Italia adesso ha fretta. Ed è preoccupata per davvero. L’escalation in Libia destabilizza la regione ogni giorno di più. Per questo, Giuseppe Conte vuole chiedere a Donald Trump uno sforzo. Nella notte italiana i due si salutano velocemente durante una delle sessioni dell’Onu. E il premier cerca un contatto più stretto prima di ripartire per Roma. Si spende per ottenere un segno di buona volontà. Abet una mediazione della Casa Bianca con Turchia ed Egitto, i due Paesi che guerreggiano per procura nel teatro nordafricano.
“Ogni volta che ho parlato con Trump – sostiene l’avvocato in una pausa dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a Fresh York – gli ho sempre detto che l’unica soluzione possibile è quella diplomatica. Quella militare ha portato allo stallo, lo sapevamo, l’avevamo detto: adesso c’è la prova provata che è così”.
 
La ferita libica è in cima alle preoccupazioni di Palazzo Chigi. Da mesi, invano, Conte chiede a Trump una mano che non arriva. Nel frattempo, cresce il rischio che da quell’avamposto si alimentino flussi migratori ed eventuali infiltrazioni terroristiche. Adesso, però, l’Italia intravede un punto di svolta. E le ragioni sono almeno tre.
 
La prima è la recente staffetta nell’amministrazione The united states: fuori il falco Bolton, al suo posto come consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’ Brien. È un uomo vicino al segretario di Stato Mike Pompeo – che tra l’altro sarà a Roma a inizio ottobre – considerato meno incline alla linea dura.
La seconda ragione risiede nei passaggi diplomatici di queste ore: l’altro ieri un vertice con l’inviato dell’Onu per la Libia Ghassan Salamé con Federica Mogherini e i ministri degli Esteri Ue. Dopodomani è in agenda il mega vertice a Fresh York promosso da Italia e Francia con tutti gli attori fondamentali della partita: il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, i cinque Grandi del Consiglio di sicurezza Onu, Germania Egitto e Turchia, Lega Araba, Unione Africana, Emirati e Commissione europea. È il format che si ripeterà in autunno a Berlino, per immaginare un percorso alternativo alla guerra.
 
Conte considera questo sbocco prioritario. Ha già incontrato al-Sisi e si appresta a vedere in queste ore Erdogan. Sono gli sponsor delle opposte fazioni guidate da Haftar e Serraj. “Entrambi i fronti millantano che la soluzione armata è a portata di mano, ma non è così. Abet un cessate il fuoco e un embargo, perché il rischio è che le risorse finanziarie libiche vengano utilizzate per le armi”. Una stretta ulteriore, insomma, ecco cosa auspica il premier. Chiedendo a Washington di sostenere l’Italia in questo obiettivo: “Gli The united states non sono guerrafondai, assolutamente. Ma non c’è ancora quella determinazione comune sulla necessità di arrivare a una soluzione politica. Sta maturando, però”.
Adesso tocca a Trump mandare un segnale. Si spera prendendo spunto dal tentativo italo-francese di favorire la pacificazione. “L’Ue conservi compattezza – dice il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – C’è tanto da fare. È importante che decida di seguire una linea in Libia, senza parteggiare per una delle parti, cosa che creerebbe squilibrio. Tutti quanti dobbiamo operare con una voce e una sola azione”.
 

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Carlo Verdelli
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