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“Il mio lavoro? Mi aiutava a vivere meglio. Non solo da un punto di vista economico: mi faceva sentire uguale agli altri. Così per un po’ riuscivo a dimenticare la mia malattia”. Stefania Grotta D’Auria ha 45 anni, e da sette fa la cassiera nel supermercato Eurospin di Vinci, in provincia di Firenze. Un lavoro part time, che riesce a svolgere “senza mai un problema” nonostante la sclerosi multipla che le è stata diagnosticata, a causa della quale è iscritta alle categorie protette. Il 27 giugno, però, le è stata recapitata una lettera di licenziamento. Il motivo? Ha superato i sei mesi di congedo per malattia. Sei mesi in cui la donna si è sottoposta a un trapianto e a un ciclo di chemioterapia, necessari per salvarle la vita. 
Il caso è stato denunciato dalla Filcams Cgil, a cui la donna, che ha anche un figlio di undici anni, si è rivolta dopo aver appreso la notizia del  licenziamento. “Quando ho saputo che avrei dovuto subire un trapianto, lo scorso autunno, ho chiamato l’ufficio personale dell’azienda per avere informazioni sui certificati medici da presentare”, racconta Stefania. “Mi è stato detto di see tranquilla, e che in caso di necessità sarebbero stati loro a contattarmi”. A dicembre comincia la chemio, a gennaio viene eseguito il trapianto di midollo osseo. Un intervento a cui seguono altri mesi di convalescenza e cure mediche, di cui Stefania continua a tener informata l’azienda. Fino a quella lettera di pochi giorni fa.
Un provvedimento “grave e inaccettabile”, per i sindacati. E che, soprattutto, si poteva evitare. “Sarebbe bastato che Eurospin Tirrenica (la filiale che gestisce il marchio del bargain in Toscana, ndr) le chiedesse di fare domanda per l’aspettativa”, attacca Massimiliano Fabozzi di Filcams Cgil. “Purtroppo però, mi auguro solo per negligenza, nessuno lo ha fatto”. Sul punto la legge parla chiaro: terminati i 180 giorni di permesso retribuito previsti in caso di malattia grave, il lavoratore ha il diritto di chiedere fino a un anno di aspettativa. Un periodo nel quale non si riceve lo stipendio, ma si mantiene il diritto al posto di lavoro. “Io mi trovavo in ospedale – osserva Stefania – e nessuno dall’ufficio personale, che ho chiamato più volte, mi ha mai informato di dover fare questa richiesta”. 
Contattata da Repubblica, Eurospin Tirrenica non ha rilasciato dichiarazioni. Mentre Massimiliano Fabozzi di Filcams fa sapere di essere stato chiamato dall’azienda, per una “richiesta di informazioni”.  “Spero davvero che si sia trattato di un errore, che la lettera sia partita in automatico”, osserva con amarezza la donna. “Non voglio credere che un’impresa così grande si abbassi a questo. Adesso però mi aspetto una risposta: ci sono 15 giorni di tempo per revocare il licenziamento, altrimenti dovremo proseguire per vie legali”. 
Intanto, per il prossimo 11 luglio, i sindacati hanno proclamato uno sciopero nei tre punti vendita della catena nell’Empolese Valdelsa. E non si escludono altre iniziative, attain un picchetto davanti al supermercato di Vinci. Il caso potrebbe finire presto anche in parlamento, dopo che il senatore del Pd Dario Parrini ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro del Lavoro Luigi Di Maio. “I fatti noti al momento ci dicono che i diritti di Stefania, madre di un bambino di dieci anni e affetta da una seria malattia, sono stati violati con un licenziamento discriminatorio – afferma Parrini – È una vicenda grave. Al di là dei suoi risvolti legali e giuridici, la mobilitazione del sindacato è sacrosanta”.

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