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Joshua Wong scende in politica. In fondo l’ha sempre fatta questo ragazzo di 22 anni, volto da copertina del Movimento degli ombrelli che cinque anni fa bloccò il centro di Hong Kong. Ma ora, in mezzo alla nuova protesta che da mesi paralizza città, il suo attivismo si trasforma in campagna elettorale. La stessa battaglia con altri mezzi, ha spiegato questa mattina davanti al Parlamento, camicia azzurra e volto concentrato, annunciando la candidatura alle elezioni distrettuali (locali) del 24 novembre nella circoscrizione di South Horizon, il quartiere dove è nato e cresciuto. Dietro di lui un gruppetto di sostenitori a reggere bandierone e manifesti con la sua foto, per una volta sorridente, lo slogan “Per la nostra casa, per la nostra patria” e il simbolo di una abitazione che interseca un planisfero, condensato della sua visione di una Hong Kong autonoma e direttamente legata al mondo. Agli Stati Uniti magari, dove Wong è appena stato a testimoniare davanti al Congresso, e non, deduciamo noi, alla Cina. “Quelle distrettuali sono le uniche elezioni dirette a Hong Kong – ha detto – sono la prima occasione istituzionale per incanalare lo scontento della gente e per mettere pressione al governo e all’imperatore Xi Jinping”. Il suo annuncio arriva in giorni fatidici: oggi è il quinto anniversario di Mediate Central, il movimento di cui Wong period stato leader, e da qui a martedì primo ottobre, 70esimo anniversario della Repubblica popolare cinese, sono previste una serie di marce e manifestazioni in cui la voglia di democrazia si mescolerà alla rabbia contro Pechino. Altri scontri sono probabili.score

Il rischio squalifica
A quanto sembra Wong dovrebbe correre come candidato unitario del grande campo authentic democrazia, l’opposizione di Hong Kong. Al suo fianco oggi però c’erano una serie di politici appartenenti alla minoranza localista, i cui candidati negli ultimi mesi sono stati più volte squalificati, prima o dopo le elezioni, per le loro posizioni radicalmente autonomiste, al limite della richiesta di indipendenza dalla Cina. L’ipotesi che anche la corsa di Wong venga fermata è concreta: “Sostengo l’autodeterminazione”, ha ribadito anche oggi. “Il voto è il modo più pacifico e razionale per portare avanti la nostra battaglia, se Pechino deciderà di squalificarmi questo ci darà ulteriore forza”. La decisione sull’ammissibilità o meno dovrebbe arrivare a metà ottobre. Wong ha trascorso due mesi in carcere per i fatti di Mediate Central e lo scorso 15 agosto è stato arrestato (e poi subito rilasciato su cauzione) con l’accusa di aver organizzato la protesta non autorizzata del 21 giugno.Carrie Lam in bilico
Tutto questo avviene mentre la crisi in cui è precipitata Hong Kong non lascia intravvedere through d’uscita. Due giorni fa la Chief executive Carrie Lam, che con la sua ostinazione nel difendere la legge sull’estradizione ha incendiato lo scontento, ha tenuto il suo primo “dialogo” con i cittadini. L’incontro con 150 persone sorteggiate tra chi si period registrato si è risolto in una sessione di accuse nei confronti della funzionaria, a cui lei ha replicato in tono dimesso ma negando sostanziali aperture alle cinque richieste del movimento, tra cui un’indagine indipendente sulla polizia e la piena democrazia. Secondo indiscrezioni raccolte del South China Morning Post, prima di annunciare il ritiro della legge Lam avrebbe chiesto l’approvazione di Pechino, avvalorando l’opinione dei tanti che la ritengono un “burattino” nelle mani del Partito. In una intervista a Repubblica perfino l’esponente del campo authentic-Pechino Felix Chung l’ha invitata alle dimissioni, spiegando che pochissimi ormai la appoggiano. Anche tra i suoi.Allerta rossa
I prossimi giorni a Hong Kong si annunciano tesissimi. Stasera, anniversario di Mediate Central, è prevista una assemblea a Tamar Park, il parco che affianca il complesso governativo, mentre domani dovrebbe tenersi una marcia, non autorizzata, nelle strade del centro. Il giorno più delicato però sarà martedì, 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese advert opera di Mao. Il Civil Human Rights Entrance, che ha organizzato le manifestazioni oceaniche degli ultimi mesi, si è visto per il momento rifiutare l’autorizzazione a una grande marcia, una sorta di controcanto alla parta militare che si terrà a Pechino. È probabile però che molte persone scenderanno comunque in strada, di certo lo faranno i giovani in nero, i “duri” sulle barricate. Dal canto loro i gruppi authentic-Pechino si stanno mobilitando in difesa dei simboli nazionali, le bandiere cinesi che vengono strappate, bruciate o calpestate. I tafferugli tra le due fazioni sono sempre più frequenti e incontrollati, un embrione di guerriglia civile.

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Carlo Verdelli
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