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Se volete scoprire che subtle hanno fatto le startup mentre Facebook si rifaceva il logo, come un uomo che si tinga i capelli per fermare il tempo, dovete seguire quel che sta andando in scena a Lisbona. Per il nono Net Summit sono arrivate in città più di 70 mila persone da 163 paesi che hanno pagato un biglietto che costava in media mille euro; quasi la metà sono donne, a smentire il luogo comune che vuole la tecnologia come un dominio maschile. Non è semplicemente un evento, è la celebrazione di una specie di setta, con tanto di predicatore che all’inizio dei lavori invita a dare la mano e a presentarsi alle persone sedute accanto, come nel segno di tempo della messa cattolica.
Questa è la setta di quelli che pensano che “si possano risolvere tutti i tuoi problemi con un tool” sta dicendo uno startupper dal palco della sessione inaugurale. Quali problemi? C’è una ragazza che presenta un sistema di intelligenza artificiale applicato al cibo per cani, poi ne arrivano due che hanno creato una linea di assorbenti intelligenti, qualunque cosa questo voglia dire. Li ascolto rapito. Sono tutti uguali: magri, giovani, allegri, con una maglietta nera sui jeans. E tutti in fondo dicono la stessa cosa: “Vogliamo rendere il mondo un posto migliore”, proprio come gli startupper della parodia della serie tv “Silicon Valley”.
In fondo però non mentono: vogliono diventare ricchi e pensano che la tecnologia apra loro delle opportunità perché cambia le cose. Hanno ragione. Il loro entusiasmo in questi tempi grami e di reddito di cittadinanza senza futuro è una speranza. Anche i nostri nonni e i nonni dei nostri nonni dovevano vederla allo stesso modo quando hanno creato le aziende che hanno reso grande il made in Italy. Ma forse se la tiravano di meno.

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