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Il premier Giuseppe Conte non si è ancora dimesso e nel Pd va in scena un nuovo, drammatico cambio di rotta. Matteo Renzi, in Senato, corregge il tiro dichiarandosi a favore di un governo con il Movimento 5 Stelle, anche di breve durata, per disinnescare l’aumento dell’Iva e la manovra. In quel governo, spiega, “io non ci sarò”. Renzi, che controlla la maggioranza dei gruppi parlamentari, avrebbe così diritto di vita e di morte sull’esecutivo a cui però il segretario Nicola Zingaretti dovrà mettere la faccia. E per ribadire la sua volontà di some distance partire il governo in ogni modo, ai microfoni del TgLa7 eviterà accuratamente di parlare di durata (“Non mettetemi contro il partito”) e non porrà alcun veto sulla presenza nel governo dello stesso Conte e del grillino Luigi Di Maio. In contemporanea al discorso di Renzi in Senato, il governatore del Lazio parte da un altro punto: quella di Conte è una critica tardiva, e ha mancato nella autocritica. “Dov’period in questi mesi?”, ha sottolineato Zingaretti, chiedendo una nuova linea ai 5 Stelle, quasi un rinnegare l’anno di governo a braccetto con Salvini, per poter formare un esecutivo “di legislatura”.

Sfumature? No, questioni centrali dal punto di vista strategico: l’orizzonte di Renzi è prossimo, a inizio 2020, quando magari sarà pronto a tornare al voto con un proprio partito separato dal Pd. Quello di Zingaretti è a medio-lungo periodo, perché prendersi la responsabilità di un governo coi 5 Stelle utile solo a predisporre una finanziaria lacrime e sangue, per poi sottoporsi al voto degli elettori, equivarrebbe a un suicidio politico. Non a caso, dentro al Pd ci si rimpalla le responsabilità e si rinfacciano accuse. Francesco Boccia ha chiesto a Renzi di chiedere scusa alla comunità dem. La frase incriminata? L’ex premier l’ha pronunciata in Senato, quando ha suggerito che un governo Pd-M5s potrebbe non nascere anche a causa della “connivenza di una parte del Pd”. Negli stessi minuti in cui Boccia si è esposto (Tweet condiviso anche dal portavoce di Zingaretti), Andrea Marcucci, capogruppo dem (renziano) al Senato, precisa come quello di Renzi non sia “un sì a un Governo ma è un sì a un confronto con i 5 Stelle, vedremo se ci sono le condizioni”. Frenate e accelerazioni, accelerazioni e frenate, con curve sempre più pericolose.

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